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The day after. 

La notte più bella dell’anno si è conclusa. Per noi cinefili è una sorta di Capodanno, un giorno di festa che richiede una lunga preparazione. Sì, perché non penserete mica si possa seguire una premiazione senza aver visto tutti/quasi tutti i film in concorso?
Così passata la festa si ricomincia con un nuovo lungo anno fatto di cinema, di sogni, di aspettative ma soprattutto di dedizione verso un mondo che poi, diciamolo, non è così distante da quello reale.
Ma concentriamoci sull’87edisima edizione, appena conclusa. Cosa ricorderemo di questi Oscar 2015?

Alejandro González Iñárritu . Il caro Alejandro Ale Ale Alejandro è stato il vero vincitore della serata e con il suo Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) si è aggiudicato il premio come Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia (Emmanuel Lubezki).
Perché Birdman ci piace così tanto? Perché considerarlo il film dell’anno? Sicuramente molto si deve all’interpretazione da Oscar di Michael Keaton – che PURTROPPO si è visto RUBARE la statuetta da Eddie Redmayne – che mette in scena tutto quello che di più inquieto e tenebroso c’è nel nostro animo attraverso il cinema stesso. Metacinema, Amici, come il più bell’esercizio di stile, per fare il verso a Raymond Queneau.
Una super menzione speciale va al cast impeccabile: Zach Galifianakis, Edward Norton, Emma Stone, Andrea Riseborough, Amy Ryan, Naomi Watts, Merritt Wever, Lindsay Duncan.

Whiplash, dovete ricordare questo nome. Tatuatelo, scrivete mille post-it da appendere sopra il letto, ma soprattutto andate a vederlo. Il film rivelazione dell’anno è il secondo lavoro del regista ventinovenne (non ha ancora trent’anni!) Damien Chezelle, che si è aggiudicato ben tre premi: Miglior Montaggio (Tom Cross), Miglior Montaggio Sonoro (Craig Mann, Ben Wilkins e Thomas Curley) e Miglior Attore non protagonista con l’incredibile interpretazione di J.K. Simmons.
Whiplash non ha vinti ed eroi. La sua unica, sola ed esclusiva pretesa è quella di mostrarci come si raggiunge un obiettivo. Pretesa, ma soprattutto merito.

– Se non conoscete Wes Anderson non possiamo essere amici. Il terzo posto spetta di diritto a Wes che con Grand Budapest Hotel si aggiudica i premi per la Miglior Colonna Sonora (Alexandre Desplat), Miglior Scenografia (Adam Stockhausen e Anna Pinnock), Miglior Make up (Frances Hannon e Mark Coulier) e Miglior Costumi (la nostra Milena Canonero al suo quarto Oscar). Ho aspettato questo film con lo stesso entusiasmo provato a dieci anni per Spice Girls – Il Film (1997). Il regista americano torna dopo il super acclamato Moonrise Kingdom, con una pellicola dedicata allo scrittore austriaco Stefan Zweig (uno dei più noti di inizio Novecento, che si vide bruciare tutti gli scritti dai nazisti nel 1933) e ambientato nell’Europa di inizio Novecento in un lussuoso hotel nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka.
Grand Budapest Hotel è il frutto maturo della mente di un grande Esteta che vuole spiegarci l’essenza dell’eredità: trasmissione di una Memoria ma anche condivisione del Sapere, in una vita che è semplicemente l’unione di storie nella Storia.

– E alla fine arriva Julianne. Finalmente l’Oscar come Miglior Attrice Protagonista è arrivato nelle mani di Julianne Moore, una delle poche attrici a poter essere considerata diva. Dopo anni di intensa carriera, ecco il più grande riconoscimento dell’Academy per la Moore, grazie alla
sua interpretazione di Alice in Still Alice, ultimo film di Westmoreland e Glatzer, uscito in Italia lo scorso 22 Gennaio e distribuito dalla Good Films. La Rossa più amata di Hollywood ci ha regalato l’interpretazione unica di una donna tenace che non vuole arrendersi all’Alzhemeir, tentando di aggrapparsi a tutto quello che aveva costruito negli anni sulla forza del proprio intelletto. Lontano da ogni spettacolarizzazione della malattia, la pellicola riesce a mostrarci l’importanza del linguaggio e quanto lo stesso possa influenzare profondamente il nostro pensiero e, di conseguenza, la nostra vita.

Pawel Pawlikowski, ecco l’ultimo nome che sfila sul mio carro dei vincitori. Dal 1964 ad oggi, sono stati molti i registi polacchi ad essere candidati (penso a Polański, Kawalerowicz, Hoffman, Wajda) ma solo Pawlikowski è riuscito nell’impresa: Pawel è il primo cineasta polacco a vincere la statuetta per il Miglior Film Straniero.
Ida è la storia di Anna, una giovane orfana e novizia – il primo ruolo cinematografico di Agata Trzebuchowska – cresciuta dentro un convento. Prima dei voti, la madre superiore convince Anna ad incontrare la sua unica parente rimasta in vita: la zia Wanda Gruz (Agata Kulesza). Sarà proprio la zia a rivelarle le origini ebree e il suo vero nome: Ida Lebenstein.
Ida è la storia di una giovane donna dagli occhi neri come il peso della Memoria. Un film dalla storia toccante che vuole omaggiare il grande cinema d’autore, motivo per cui avrebbe potuto chiamarsi tranquillamente Two Women (chiara citazione desichiana). Consigliato col cuore.

Quindi, ricapitolando: Whiplash, Birdman, Grand Budapest Hotel, Still Alice e Ida. Recuperate questi, per ora, e non perdete le novità al Cinema perché il Cinema è quel posto dove finiscono tutti i nostri sogni.

Con Amore, ISA MILK. 

Qui è dove potete trovare Isa Milk:
Instagram @isamilk9 
Twitter @isamilk9
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